Una sorta di vetrina

Dedicato a tutti quelli che vogliono sapere qualcosa di me (Daniele Gessa, nato e vissuto in Sardegna fino al 1998. Poi il "Continente" lo ha risucchiato. E Daniele non si è opposto. Giornalista praticante iscritto al master di Padova, ora vive in Padania. Ma ogni notte sogna la sua isola... e ogni giorno si barcamena alla ricerca di un approdo, schivando i colpi bassi e le coltellate alle spalle). Dedicato anche .....A CHI NEL CORSO DE LA VITA MIA/ S'E' PREMURATO SEMPRE DE FREGAMME/ A CHI M'HA PRESO SENZA MAE RIDAMME/ A CHI PER SUO VANTAGGIO O PER SUA MANIA/ HA FATTO CONTRO ME CALUNNIA E SPIA/ A CHI M'HA ROTTO QUELLI TRA LE GAMME/ A CHI PEL CULO HA FATTO FOCO E FIAMME/ PERCHé DAL POSTO MEJO ANNASSI VIA/ A TUTTI QUELLI CHE M'HANNO ROVINATO/ LA LIBBERTA' LA GIOJA E L'ESISTENZA/ A CHI M'HA RISO, A CHI HA CANZONATO/ A CHI M'HA DETTO IN OGNI CASO: NO/ ...DOPO UN ESAME SERIO E DE COSCIENZA/ 'NCROCIO LI BRACCI E JE FACCIO: THO! ...un grazie di cuore a Pasquino

martedì, 26 aprile 2005


EDWARD DE BONO, l’inventore del pensiero laterale, bacchetta l’economia italiana. Articolo pubblicato su ABC del 27 aprile 2004

«Se hai un obiettivo e non riesci a raggiungerlo direttamente, guardati pure intorno e cerca una scorciatoia: una soluzione è sempre possibile». L’invenzione del ‘pensiero laterale’ ha reso famoso – e milionario – il maltese Edward De Bono, medico e psicologo, fondatore e direttore dell’International Creative Forum – sostenuto da multinazionali come IBM e Nestlé e da istituzioni come le Nazioni Unite – e oggi anche proprietario dell’isola di Tessèra nella laguna di Venezia, dove ha un suo centro di formazione dirigenziale. Con le sue tecniche di pensiero creativo insegna dal 1969 a liberare la mente da tutte quelle costrizioni che ne limitano le potenzialità: noi, tutti Dottor Watson, cristallizzati insieme ai nostri preconcetti e amanti a dismisura del sistema ipotesi-ricerca-prove-conclusioni, dovremmo invece iniziare a ragionare in modo associativo e deduttivo, come Sherlock Holmes, Anche per mandare avanti un’azienda. (…)

Creatività: in Italia i detrattori delle politiche del governo Berlusconi criticano la cosiddetta “finanza creativa”, che di sotterfugi e scappatoie ne avrebbe più che a sufficienza. Che cosa ne pensa? In economia qual è il confine fra inventiva  e truffa?

«Tralasciando i problemi italiani di politica economica, io allargherei la prospettiva: il vostro non è solo un problema di classe dirigente, ma in generale, mi si permetta la stoccata, di mentalità. In Italia ci sono due difficoltà principali: una è legata allo stile, che spesso viene scambiato per creatività. Ci si vanta così di fare le cose ‘con stile’, da una scarpa a un abito a un accordo finanziario, ma non si capisce che, pur essendo un valore molto importante, non coincide pienamente con la creatività. Il secondo problema è che in Italia le persone sono molto socievoli, forse anche troppo, parlano di tutto e sentono sempre il bisogno di avere l’approvazione del prossimo: ma questo non sempre costituisce un vantaggio. Mi piace sempre fare un esempio: Marconi, se fosse rimasto in Italia, non avrebbe mai inviato i segnali radio. I suoi amici, infatti, avrebbero considerato le sue idee una pazzia e Marconi non le avrebbe messe in pratica, con grave perdita per tutta l’umanità. A volte, allora, bisogna imparare a tenersi le proprie intuizioni in testa e al lavorarci sopra un po’ di più. Invece che vantarsene a destra e a sinistra e chiedere l’imprimatur dal prossimo».

Ma da noi non manca chi ha fatto tutto da solo e in gran segreto. I nostri imprenditori che hanno innovato con creatività hanno aperto conti alle Cayman e creato decine di società false per nascondere i debiti. Non pensa che i dirigenti d’azienda italiani, da questo punto di vista, siano anche troppo creativi?

«L’illegalità è sempre un rischio per chi vuole inventare qualcosa di nuovo. Ci possono essere due tipi di risposte: la prima, drastica e non per forza sempre producente, è che l’illegalità è negativa e che questa vada assolutamente evitata. La seconda, invece, è che, forse, solo le leggi stesse a dover cambiare, in modo che gli imprenditori non siano più costretti ad aprire conti all’estero. Occorrono nuove strutture fiscali e legali, perché l’imprenditore corre molti più rischi rispetto ad altre figure professionali. Io, che cerco da anni una cultura della sfida e dell’innovazione, lo so benissimo: i lacci sono troppi (…)».

(…) Può regalarci uno slogan per andare avanti in questi momenti di crisi?

«Tutto è possibile se prima lo si immagina in ogni suo aspetto e poi si lavora duramente per metterlo in pratica».

 

 

 

Postato da: Danielito79 a 10:47 | link | commenti |


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Nome: Daniele Guido Gessa
Giornalista praticante, iscritto al master in giornalismo dell'Università di Padova.

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