Una sorta di vetrina

Dedicato a tutti quelli che vogliono sapere qualcosa di me (Daniele Gessa, nato e vissuto in Sardegna fino al 1998. Poi il "Continente" lo ha risucchiato. E Daniele non si è opposto. Giornalista praticante iscritto al master di Padova, ora vive in Padania. Ma ogni notte sogna la sua isola... e ogni giorno si barcamena alla ricerca di un approdo, schivando i colpi bassi e le coltellate alle spalle). Dedicato anche .....A CHI NEL CORSO DE LA VITA MIA/ S'E' PREMURATO SEMPRE DE FREGAMME/ A CHI M'HA PRESO SENZA MAE RIDAMME/ A CHI PER SUO VANTAGGIO O PER SUA MANIA/ HA FATTO CONTRO ME CALUNNIA E SPIA/ A CHI M'HA ROTTO QUELLI TRA LE GAMME/ A CHI PEL CULO HA FATTO FOCO E FIAMME/ PERCHé DAL POSTO MEJO ANNASSI VIA/ A TUTTI QUELLI CHE M'HANNO ROVINATO/ LA LIBBERTA' LA GIOJA E L'ESISTENZA/ A CHI M'HA RISO, A CHI HA CANZONATO/ A CHI M'HA DETTO IN OGNI CASO: NO/ ...DOPO UN ESAME SERIO E DE COSCIENZA/ 'NCROCIO LI BRACCI E JE FACCIO: THO! ...un grazie di cuore a Pasquino

martedì, 26 aprile 2005


MARCELLO FOIS contro la Sardegna che non funziona. Dialogo con uno scrittore noir che ha lasciato l’Isola per dare sfogo alla sua creatività. Pubblicato su agenzia.unioneditoriale.it e su unionesarda.it nel novembre del 2001

BOLOGNA. «Gli unici sardi che hanno successo e che si notano sono quelli che sono stati costretti a fuggire. Fuori dall’Isola sono straordinari, ma se non oltrepassano il mare partecipano tutti a quella sorta di delirio di massa che li attanaglia».
Lo scrittore Marcello Fois usa toni pesanti e si scaglia senza mezzi termini sia contro « la Sardegna che non funziona» sia contro «la lobby degli uomini di cultura, chiusi nel loro vecchio e anacronistico spirito d’identità». (…) Le sue parole aspre rivelano anche il rapporto difficile con la terra d’origine, ma non per questo privo di passione: «Della Sardegna amo molte cose, tra le quali, principalmente, i profumi e i sapori che mi riportano all’infanzia, a quando parlavo solamente in dialetto nuorese. Ma odio la lagna e il vittimismo: un malcostume diffuso che non permette di vedere oltre e che lascia nella perenne attesa che qualcuno si occupi dei problemi».
Classe 1969, residente a Bologna da molti anni, dove, a tempo pieno, scrive libri e sceneggiature, è attualmente impegnato con Mediaset per la terza serie di Distretto di Polizia. Il suo ultimo libro, Dura Madre (Einaudi, collana I Coralli), in poco più di un mese ha già superato le diecimila copie solo in Italia, e, a giorni, uscirà anche l’edizione francese. La carriera alle spalle è lunga e piena di riconoscimenti: premio Calvino con Picta, il premio Dessy con Nulla, quello Scerbanenco con Sheol, e così via. Scrittore noir di spicco, appare come un possibile personaggio di uno dei suoi libri: occhiali scuri anche in mezzo alla nebbia di Bologna, barba incolta e una sigaretta dopo l’altra. Ma la trasandatezza è solo apparente, le sue parole e i suoi toni rivelano una passione, non priva di una propria etica, che viene continuamente incanalata in un ordine programmatico. Perché «non si ha buona letteratura senza progetto e senza metodo. “Ispirazione” è un termine che non mi piace».

 

(…) La nebbia bolognese accentua o annulla il colore della Sardegna? La lontananza dall’Isola è una lente o un filtro?

«La distanza accentua tutto. Ho capito di essere sardo e quanto lo sia solo quando sono arrivato a Bologna. Per me è stato necessario liberarmi dal folklore. E penso che sia la strada migliore per tutta la popolazione isolana».

(…) Qualcuno la accusa di essere legato a una Sardegna che non esiste più e di rappresentare il solito stereotipo ormai consunto. Che cosa ne pensa?

«Come al solito, vengo preso troppo sul serio. Sì, lo ammetto, le critiche possono anche servire all’evoluzione di uno scrittore e preferisco la reazione dei miei lettori a quella della critica letteraria. Ma, in questo caso, l’accusa è dovuta a una erronea valutazione del mio lavoro. Io faccio fiction, il mio non è né un lavoro antropologico né un lavoro sociologico. Non sono un espositore della Sardegna, al massimo racconto quello che mi ha forgiato, la mia infanzia e la mia crescita. E quello che, ogni volta che torno nell’Isola, proprio non mi va giù».

Da scrittore che usa farcire i propri libri con termini sardi e da laureato in Italianistica, come giudica il dibattito sul bilinguismo che si svolge ormai da tempo nelle università e al Consiglio regionale della Sardegna?

«Che cosa penso? Che, come al solito, si ragiona per modelli normativi e non per praticità e valore d’uso. Imporre una variante della lingua sarda a tutta la popolazione della Sardegna o, ancora peggio, creare un ibrido, è un’operazione assolutamente inattuabile. Non esiste una koiné sarda, una cultura comune alla quale tutti possano fare riferimento. E inoltre, anche se esistesse, sarebbe comunque soggetta al cambiamento. Dobbiamo imparare a chinare il capo di fronte alla storia e prendere atto che certe componenti della nostra cultura sono andate irrimediabilmente perse, e recuperarle sarebbe solo una forzatura».

Invece?

«Invece la ‘lobby’ culturale sarda continua a ragionare in termini di purezza, non accorgendosi che le comunità pure fanno figli scemi. Ma è, comunque, una questione economica. Se un gruppo teatrale di Tonara, ad esempio, vuole fare un lavoro su Samuel Becjett, molto difficilmente riuscirà ad avere soldi. Perché la Comunità europea finanzia prima di tutto lavori che rientrano in quel delirio identitario in Sardegna tanto di moda. E nei soldi ci si sguazza volentieri».

Postato da: Danielito79 a 10:29 | link | commenti |


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Nome: Daniele Guido Gessa
Giornalista praticante, iscritto al master in giornalismo dell'Università di Padova.

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