Una sorta di vetrina

Dedicato a tutti quelli che vogliono sapere qualcosa di me (Daniele Gessa, nato e vissuto in Sardegna fino al 1998. Poi il "Continente" lo ha risucchiato. E Daniele non si è opposto. Giornalista praticante iscritto al master di Padova, ora vive in Padania. Ma ogni notte sogna la sua isola... e ogni giorno si barcamena alla ricerca di un approdo, schivando i colpi bassi e le coltellate alle spalle). Dedicato anche .....A CHI NEL CORSO DE LA VITA MIA/ S'E' PREMURATO SEMPRE DE FREGAMME/ A CHI M'HA PRESO SENZA MAE RIDAMME/ A CHI PER SUO VANTAGGIO O PER SUA MANIA/ HA FATTO CONTRO ME CALUNNIA E SPIA/ A CHI M'HA ROTTO QUELLI TRA LE GAMME/ A CHI PEL CULO HA FATTO FOCO E FIAMME/ PERCHé DAL POSTO MEJO ANNASSI VIA/ A TUTTI QUELLI CHE M'HANNO ROVINATO/ LA LIBBERTA' LA GIOJA E L'ESISTENZA/ A CHI M'HA RISO, A CHI HA CANZONATO/ A CHI M'HA DETTO IN OGNI CASO: NO/ ...DOPO UN ESAME SERIO E DE COSCIENZA/ 'NCROCIO LI BRACCI E JE FACCIO: THO! ...un grazie di cuore a Pasquino

lunedì, 18 aprile 2005

Come quella del macellaio sotto casa. O del fruttivendolo. O del pescivendolo. Questo blog diventerà una vetrina per tutto quello che ho fatto in passato. E, si spera, un trampolino per il futuro.
Giornalisticamente parlando... questa è la mia merce. 
Sapete, l'autostima si nutre anche di queste baggianate! E poi "fa figo" avere un blog, no?

ATTENZIONE! L'ordine dei post è invertito. Prima i più vecchi. Gli altri seguono. E gli articoli vengono pubblicati in versione ridotta. Alla fine, in fondo in fondo, trovate i link ai blog dei miei compagni di corso. Buona navigazione!

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martedì, 26 aprile 2005


MARCELLO FOIS contro la Sardegna che non funziona. Dialogo con uno scrittore noir che ha lasciato l’Isola per dare sfogo alla sua creatività. Pubblicato su agenzia.unioneditoriale.it e su unionesarda.it nel novembre del 2001

BOLOGNA. «Gli unici sardi che hanno successo e che si notano sono quelli che sono stati costretti a fuggire. Fuori dall’Isola sono straordinari, ma se non oltrepassano il mare partecipano tutti a quella sorta di delirio di massa che li attanaglia».
Lo scrittore Marcello Fois usa toni pesanti e si scaglia senza mezzi termini sia contro « la Sardegna che non funziona» sia contro «la lobby degli uomini di cultura, chiusi nel loro vecchio e anacronistico spirito d’identità». (…) Le sue parole aspre rivelano anche il rapporto difficile con la terra d’origine, ma non per questo privo di passione: «Della Sardegna amo molte cose, tra le quali, principalmente, i profumi e i sapori che mi riportano all’infanzia, a quando parlavo solamente in dialetto nuorese. Ma odio la lagna e il vittimismo: un malcostume diffuso che non permette di vedere oltre e che lascia nella perenne attesa che qualcuno si occupi dei problemi».
Classe 1969, residente a Bologna da molti anni, dove, a tempo pieno, scrive libri e sceneggiature, è attualmente impegnato con Mediaset per la terza serie di Distretto di Polizia. Il suo ultimo libro, Dura Madre (Einaudi, collana I Coralli), in poco più di un mese ha già superato le diecimila copie solo in Italia, e, a giorni, uscirà anche l’edizione francese. La carriera alle spalle è lunga e piena di riconoscimenti: premio Calvino con Picta, il premio Dessy con Nulla, quello Scerbanenco con Sheol, e così via. Scrittore noir di spicco, appare come un possibile personaggio di uno dei suoi libri: occhiali scuri anche in mezzo alla nebbia di Bologna, barba incolta e una sigaretta dopo l’altra. Ma la trasandatezza è solo apparente, le sue parole e i suoi toni rivelano una passione, non priva di una propria etica, che viene continuamente incanalata in un ordine programmatico. Perché «non si ha buona letteratura senza progetto e senza metodo. “Ispirazione” è un termine che non mi piace».

 

(…) La nebbia bolognese accentua o annulla il colore della Sardegna? La lontananza dall’Isola è una lente o un filtro?

«La distanza accentua tutto. Ho capito di essere sardo e quanto lo sia solo quando sono arrivato a Bologna. Per me è stato necessario liberarmi dal folklore. E penso che sia la strada migliore per tutta la popolazione isolana».

(…) Qualcuno la accusa di essere legato a una Sardegna che non esiste più e di rappresentare il solito stereotipo ormai consunto. Che cosa ne pensa?

«Come al solito, vengo preso troppo sul serio. Sì, lo ammetto, le critiche possono anche servire all’evoluzione di uno scrittore e preferisco la reazione dei miei lettori a quella della critica letteraria. Ma, in questo caso, l’accusa è dovuta a una erronea valutazione del mio lavoro. Io faccio fiction, il mio non è né un lavoro antropologico né un lavoro sociologico. Non sono un espositore della Sardegna, al massimo racconto quello che mi ha forgiato, la mia infanzia e la mia crescita. E quello che, ogni volta che torno nell’Isola, proprio non mi va giù».

Da scrittore che usa farcire i propri libri con termini sardi e da laureato in Italianistica, come giudica il dibattito sul bilinguismo che si svolge ormai da tempo nelle università e al Consiglio regionale della Sardegna?

«Che cosa penso? Che, come al solito, si ragiona per modelli normativi e non per praticità e valore d’uso. Imporre una variante della lingua sarda a tutta la popolazione della Sardegna o, ancora peggio, creare un ibrido, è un’operazione assolutamente inattuabile. Non esiste una koiné sarda, una cultura comune alla quale tutti possano fare riferimento. E inoltre, anche se esistesse, sarebbe comunque soggetta al cambiamento. Dobbiamo imparare a chinare il capo di fronte alla storia e prendere atto che certe componenti della nostra cultura sono andate irrimediabilmente perse, e recuperarle sarebbe solo una forzatura».

Invece?

«Invece la ‘lobby’ culturale sarda continua a ragionare in termini di purezza, non accorgendosi che le comunità pure fanno figli scemi. Ma è, comunque, una questione economica. Se un gruppo teatrale di Tonara, ad esempio, vuole fare un lavoro su Samuel Becjett, molto difficilmente riuscirà ad avere soldi. Perché la Comunità europea finanzia prima di tutto lavori che rientrano in quel delirio identitario in Sardegna tanto di moda. E nei soldi ci si sguazza volentieri».

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Intervista al noto criminologo AUGUSTO BALLONI, che avverte: «Questo è un mondo di vittime terrorizzate dai ladri». Articolo pubblicato su ABC del 6 luglio 2004

Dopo ogni misfatto, giunge sul luogo del delitto, a indagare, misurare, capire. Per poi, magari, prevenire. È Augusto Balloni, uno dei più noti esperti italiani di criminologia: «ma anche di vittimologia, disciplina altrettanto importante» (…).

Professor Balloni, qual è il crimine per eccellenza?

«L’ossessione dell’italiano medio è che gli rubino qualcosa: il furto è il crimine più diffuso e che più preoccupa, ma è anche quello meno dannoso per la società. Su due milioni e mezzo di denunce all’anno, quelle per rapine, scippi o case svaligiate sono la meta. Un’enormità, è vero. Eppure Calisto Tanzi ha causato all’Italia molti più danno di quanti ne abbiano causato per anni e anni orde di ladri e ladruncoli».

Anche i dirigenti della Parmalat, comunque, stanno pagando…

«Sì, ma la gente continua ad avere paura di quelli che di nascosto ti sfilano il portafoglio o ti aprono la borsetta, non preoccupandosi dei truffatori a livello ‘alto’, quando è proprio la criminalità dei colletti bianchi quella che rovina le famiglie e impoverisce la società. Corruzione, bond che mai verranno rimborsati, marchi falsi, pirateria. Chi sfrutta la prostituzione o fa l’usuraio mandando in rovina il prossimo è molto più pericoloso».

Sì, ma almeno un’arma contro i ladri ce la può consigliare…

«Chiudersi la porta dietro. Il più delle volte i topi d’appartamento approfittano delle dimenticanze, delle finestre che non funzionano o degli usci spalancati. Occorre maggiore attenzione, stare sul chi va là – ma senza ansie – è la prima mossa intelligente. Basta un po’ più di accortezza».

(…) Criminalità e politica. Molti sostengono che i crimini aumentano sotto una certa legislatura piuttosto che sotto un’altra. Lei che cosa ne pensa?

«Le classi politiche possono amplificare, sfruttandola, la paura della criminalità, utilizzando come cassa di risonanza i mass media. Non credo che possano mai costituire da modello e causare un aumento di furti, al più possono cavalcare il terrore diffuso, usandolo a proprio vantaggio (…)».

Che cos’è la vittimologia?

«Il delitto è interazione, scambio oppure scontro: interazione se è il caso della truffa, scambio con la corruzione, scontro quando interviene la violenza. In quasi tutti i casi la vittima, l’altra faccia della moneta, più o meno ha sempre le stesse caratteristiche bio-psico-sociali. Alcuni individui vengono truffati più volte nella loro vita, alcune aziende sono più tartassate. Alcune banche sono prese più di mira. La vittimologia studia proprio questo».

(…) Parliamo infine di tecnologie. Quali sono le nuove frontiere dell’investigazione?

«La biometria, innanzitutto: rilevatori palmari, dell’iride, e così via. Non vanno sottovalutate, inoltre, le telecamere per strada, strumenti di dissuasione molto efficaci. Se vogliamo stare sicuri dobbiamo pur rinunciare a un pezzettino di privacy».

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Incontriamo SYUSY BLADY, che ci parla del suo rapporto con le vacanze. Articolo pubblicato su ABC del 22 giugno 2004


«Il mio sogno: persa a Capo Verde. Nei suq tra il deserto e il nulla».

 

 Esiste un modo femminile di viaggiare? «Direi di sì, ed è completamente diverso da quello maschile», spiega Syusy Blady, nome d’arte della bolognese Maurizia Giusti, da sempre compagna di vacanze di patrizio Roversi. «Mentre le donne sono solite chiedere indicazioni alla gente del posto, gli uomini invece dicono sempre di sapere quale sia la strada giusta. Quello che non capiscono è che le femminucce lo fanno il più delle volte per intrecciare rapporti e che i benefit di una tale attività sono tanti. Io, in particolare, amo perdermi, immergermi completamente in un suq, nella foresta o in un centro storico, non avere insomma una meta precisa. Le donne in tour, in definitiva, sono molto più simpatiche». (…)

Voler viaggiare, per Syusy, vuol dire anche voler amare. «E voler capire: per me il viaggio è conoscenza. Necessaria la curiosità, una dote rara che, tuttavia, può anche essere coltivata col tempo e con l’esperienza» Ogni paese mi ha affascinato per qualcosa di diverso, ogni paese ha la sua magia. È proprio questo il bello del viaggio: trovare qualcosa di diverso, oppure anche non trovare assolutamente nulla. Le isole di Capo Verde, ad esempio, mi hanno stregato proprio per questo: deserto, rocce, qualche casa e mancanza di tutti quei beni che per noi sono di prima necessità, ma che, forse, non lo sono affatto, visto che gli abitanti di Capo Verde riescono a vivere senza. Quelle isole per me, allo stato attuale, rappresentano la diversità assoluta». (…)

«Quando parto lascio sempre uno spazio per i vestiti che compro all’estero: ne vado pazza, e indossarli nei paesi di fabbricazione è anche una questione di educazione. Si pensi ai paesi arabi, dove andare vestiti da turisti, magari con la maglietta del Colosseo e il cappellino del fast food, è semplicemente da idioti».

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E ora PATRIZIO ROVERSI, che consiglia: «Mai scordare una sacca vuota per i souvenir». Articolo pubblicato su ABC del 22 giugno 2004 
 

Fosse per lui, se ne starebbe sempre in casa, a Bologna. Ma la vita lo ha costretto a viaggiare continuamente in lungo e in largo per il mondo, un calvario che, per vivere, deve affrontare a testa alta.

«Partire per me è sempre complicato», spiega Patrizio Roversi, ideatore e conduttore di seguitissimi programmi televisivi e frontman della cultura bolognese di sinistra. «Quando abbandono la mia casa sono ansioso, vorrei piangere ogni volta. Eppure, appena l’aereo parte, tutto passa. E poi ormai ho fatto gli anticorpi, per i quali sono state necessarie ben tre diarree in tre posti diversi!».

Molti dicono che viaggiare sia come una droga. Lei come ha iniziato?

«Prima di cominciare con Syusy, le mie uniche vacanze erano state quelle in roulotte con mamma e papà. Poi, per Mixer di Minoli, partimmo per girare dei servizi di colore: ricordo in particolare il viaggio in Urss per le elezioni. Da lì l’idea, e ci siamo inventati un nuovo lavoro. Il primo reportage, nel 1991, è stato quello dall’India, un terrore: avevo paura delle malattie, delle infezioni, del clima, praticamente di tutto. Poi, tornato in Italia, mi sono accorto che avevo fatto un’esperienza incredibile e meravigliosa. In India è esplosa la voglia di viaggiare, ma non parlerei di dipendenza e assuefazione, quanto di una bella tentazione, quasi un bel piatto davanti agli occhi. Voglia che tuttavia, ripeto, si è subito scontrata con la mia indole più profonda».

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a proposito di cibo... maialetti arrosto alla maniera sarda


ENRICO MENDUNI, massmediologo, ci parla di cibo e comunicazione. Articolo pubblicato su ABC del 27 aprile 2004
«Per parlare di qualità oggi serve tanto cuore»
 

 

Il piccolo produttore di nicchia che vuole fare pubblicità per aumentare le vendite e tirare su i profitti non può fare affidamento solo sulle proprie forze. È quanto sostiene Enrico Menduni, professore associato di Comunicazione di massa e di Linguaggio radiotelevisivo all’Università di Siena e di Linguaggio radiofonico all’Università Iulm di Milano.

«La comunicazione d’azienda – spiega – deve prevedere azioni concertate da parte dei pubblici poteri, dei produttori e dell’università, perché anche il sapere accademico è importante. Senza questa collaborazione, un tessuto di micro imprese quale è quello italiano non ce la fa a sopportare le sfide. Allo stesso tempo, bisogna evitare che la comunicazione aziendale si tramuti in marketing bieco, altrimenti non si riesce a far affezionare i consumatori al prodotto, che deve essere presentato in modo appassionato. Insomma, ci vuole sempre un po’ di cuore».

E non è detto che l’affetto nasca dopo anni e anni di consumo. «Oggi molti prodotti d’eccellenza non hanno nessuna tradizione alle spalle, ma non per questo non hanno possibilità di farsi amare. Penso per esempio al caso del Brunello di Montalcino, di cui tanto si parla e che ha ormai migliaia di estimatori, un prodotto inventato a tavolino e dalla storia di pochi anni, che comunque, nell’immaginario, richiama subito il modo di vivere toscano. Questo è un caso di comunicazione riuscita». (omissis) «Anche negli Stati Uniti, ormai, le pubblicità dei cibi si basano su elementi passionali. Il cibo, fino a poco tempo fa, era un elemento del tutto estraneo alla tradizione anglosassone, gli spettatori andavano “educati”. Ma, con l’aumento degli ispanici, il popolo americano è sempre più simile a quello italiano».

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DENIS BERTRAND è un noto semiologo francese. Insegna alla Parigi VIII ed è anche consulente per la comunicazione d’impresa. Lo abbiamo fatto parlare di pubblicità. Articolo pubblicato su ABC del 23 marzo 2004 
 

La pubblicità è l’anima del commercio. E oggi il commercio, a quanto sembra, è tutto preso dalle nostre funzioni intestinali. Abbondano i prodotti che si interessano al nostro sospirato appuntamento quotidiano e i loro componenti diventano veri e propri protagonisti del messaggio. Anche di questo abbiamo parlato con Denis Bertrand, professore di semiotica generale e letteraria all’Università di Parigi VIII, di passaggio a Bologna per una lezione sulla “Rilevanza della dimensione sensibile nella comunicazione pubblicitaria” che ha tenuto alla Scuola Superiore di Studi Umanistici diretta da Umberto Eco.

«Negli ultimi anni – sostiene Bertrand, che in patria svolge anche il lavoro di consulente d’azienda – è emerso il paradigma della sensibilità interna. Si pensi a termini come “flora attiva”, “regolatore intestinale”, “aminoacidi ramificati”. Il lessico biochimico è quello che oggi prevale, non solo nelle pubblicità di alimenti, e testimonia questa maggiore attenzione all’interiorità, sia del prodotto che del corpo del consumatore. L’interiorità, come diciamo noi studiosi, è diventata lo “spazio narrativo” per eccellenza, una vera e propria rivoluzione nel discorso pubblicitario».

(…) In Italia abbiamo un detto: “la pubblicità è l’anima del commercio”, anche nel senso che con una buona campagna si può fare tutto o quasi. Ma è veramente così?

«Non credo che una pubblicità, anche se ben riuscita, possa fare veramente tutto. Per prima cosa, non dobbiamo mai dimenticare che essa è un discorso sugli oggetti, che accompagna gli oggetti e a volte li produce, entrando in competizione e in conflitto con tanti altri discorsi che si sviluppano parallelamente. Ad esempio, c’è quello del prodotto stesso, le cui parole sono il suo sapore, il suo profumo, la sua materialità. Proprio per questa compresenza è molto difficile sapere se una pubblicità, una volta lanciata, sarà veramente efficace».

Quali sono i motivi del conflitto fra i differenti discorsi?

«(…) Al di là di ciò che comunica la pubblicità, la materia produce un proprio discorso: e chi compra e usa un oggetto si rende subito conto che ciò che lasciavano intendere la televisione e il cartellone per strada era un’altra cosa».

(…)

Adbusters, e così via.: assistiamo tutti i giorni alla nascita di nuovi movimenti contro la proliferazione e l’onnipresenza della pubblicità. Pensa che questi movimenti abbiano un futuro? Riusciranno veramente a influenzare il linguaggio delle grandi agenzie?

«Trovo questi movimenti molto divertenti, creano una dialettica e mettono in difficoltà un discorso che cerca una legittimità senza ostacoli. Credo siano delle correnti molto toniche e stimolanti, soprattutto perché riportano l’attenzione al supporto, al significante, non solo al significato. Poi, chiaramente, non tutte le aziende capiscono la sfida. Per fare un esempio, la RATP di Parigi, il consorzio delle aziende di trasporto dell’area metropolitana, ha predisposto dei pannelli bianchi per gli amanti dei graffiti: un tentativo completamente naif di assorbire le critiche e di ricondurle al discorso dominante che, chiaramente, non ha avuto successo. Le aziende e i pubblicitari devono invece riflettere sulla loro comunicazione, purtroppo eccessivamente stereotipizzante, che si nutre cioè di troppi luoghi comuni e, a sua volta, li crea, anche le agenzie, forse, devono imparare a giocare con gli stereotipi e a utilizzare l’effetto sorpresa in maniera più intelligente, non con le solite cose già viste e sentite».

Postato da: Danielito79 a 10:41 | link | commenti |


Incontriamo FRANK CESPEDES, uno dei massimi esperti al mondo di marketing e implementazione strategica. Articolo pubblicato su ABC del 6 luglio 2004

 

Tasche vuote e morale alle stelle. Soddisfatti e in  cerca di nuove soddisfazioni. Sempre disciplinati ed educati, tanto da dirti “grazie mille” anche dopo averti dato il sangue.

«Il vero marketing è fare in modo che i consumatori diventino migliori consumatori e che arrivino a ringraziarti per il servizio o il prodotto che sei stato in grado di vendere», spiega Frank Cespedes, uno dei massimi esperti al mondo di implementazione strategica, per oltre 15 anni alla Harvard Business School e consulente per aziende del calibro di General Motors, Sony e Texas Instruments. Oggi dirige il Center for Executive Development di Boston e continua a mandare alle stampe richiestissimi best seller sull’organizzazione e la gestione della pubblicità e delle vendite.

(…) Cespedes ha parlato di un male che attanaglia le imprese di medie e grandi dimensioni, non solo negli Stati Uniti: «Alla GM a ogni trimestrale i boss esultavano: “Wow, abbiamo perso solo il due per cento della quota di mercato”. Al che io un giorno feci notare che calcolavano la quota solo sul numero delle macchine prodotte nel Nord America e non sul numero di quelle effettivamente vendute. Se avessero considerato le vendite, infatti, si sarebbero accorti che in realtà il calo era molto, molto più drammatico. Chiesi il perché di quella scelta di calcolo e mi risposero: “Perché abbiamo sempre fatto così e perché i grandi capi vogliono che si faccia così”. Questo è il problema: i dirigenti studiano il marketing ma poi non ne mettono in pratica i precetti fondamentali. Che si possono riassumere in poche parole: lo scopo di ogni azienda deve essere la crescita redditizia, se si deve fare un investimento, l’investimento deve rendere. Punto. Tutto il resto è negativo. Troppi manager, invece, sono contenti se le loro aziende perdono, convinti che basti avere un grande fatturato. A maggiori entrate corrisponde, secondo loro, un maggiore successo, e questo è vero soprattutto nel campo delle Tlc. Un’assurdità».

Che cosa si intende con “marketing creativo” e come si applica in concreto?

«Qualsiasi marketing efficace p creativo in un duplice senso. Sia perché è il frutto della creatività dell’uomo, che si deve confrontare con sfide sempre nuove, impreviste e spesso imprevedibili, sia perché ‘crea’ vantaggi competitivi. Il marketing creativo ha a che fare con la gestione dei clienti. Quali sono i fattori che migliorano la relazione? Quali quelli che la peggiorano? È  necessaria molta disciplina nell’esecuzione delle strategie che gli esperti disegnano. Che cosa vuol dire disciplina? Vuol dire confrontarsi con la realtà, sforzarsi continuamente per portare i piani di marketing a coincidere con i business plan. Bisogna considerare il contesto così com’è, non così come vorremmo che fosse. Allo stesso modo dobbiamo avere un’opinione di noi che sia il più possibile fedele a quello che siamo, non a quello che vorremmo essere».

(…) In sintesi, quali sono le caratteristiche degli ‘adepti’ del pensiero strategico?

«Sanno affrontare la realtà e sanno confrontarsi con essa. Sono in grado di scegliere e non si lasciano sopraffare dai sensi di colpa, dai rimorsi o dai rimpianti. Sono abili nel comunicare, in grado di veicolare la propria immagine di persone che affrontano la realtà e che sanno scegliere».

Postato da: Danielito79 a 10:42 | link | commenti |


VASCO BORGHI, responsabile per i grandi clienti della IBM Italia, ci parla di come, nel settore delle nuove tecnologie, ci si deve attrezzare di fronte alla Cina. E di Grid Computing. Articolo pubblicato su ABC dell’11 maggio 2004
 

«Snelli, dinamici e flessibili. Lo chiede il mercato globale».

(omissis) «La tecnologia è necessaria ma non sufficiente, bisogna soprattutto saperla usare. Bisogna capire il mercato e i bisogni dei clienti prima e meglio di tutti i competitor, allo stato attuale è l’unica soluzione per continuare a stare a galla. L’innovazione deve essere incrementale, la ricerca deve essere continua e deve saper sfruttare il feedback che viene da chi compra e , in particolar modo, da chi non compra e si rivolge a qualcun altro che magari ha fatto meglio di te».

Innovazione, tutti gridano che bisogna innovare sempre di più. Ma poi le spese in tecnologia sono sempre più basse. Come si risolve questa schizofrenia?

«Innanzitutto, bisogna essere chiari e incisivi, perché a parlare di innovazione oggi si rischia di essere poco innovativi. Il concetto va qualificato, pochi lo fanno. “Innovazione” è, infatti, una parola dal significato molto vasto. (…) C’è la difficoltà da parte di chi progetta a capire quali siano i desiderata dei potenziali compratori. Oggi il prodotto, come sappiamo, viene percepito in una logica di valore aggiunto e non tanto di oggetto. I valori “agognati” vanno allora indagati tramite lo studio degli stili comportamentali dei clienti giù acquisiti, studio oggi facilitato dalle stesse tecnologie software. Ecco dove sta l’importanza dei settori ricerca e sviluppo». (…)

Avete 22mila dipendenti in Cina. Ma i cinesi non vi copiano i computer?

«Hanno sempre taroccato, non è una novità legata all’apertura dei mercato. Noi continuiamo della nostra strada, non temiamo i prodotti orientali. Sono aziende ancora molto lontane dal soddisfacimento dei bisogni tramite l’on demand». (…)

Che cosa si intende con Grid Computing?

«Oggi i computer non devono essere per forza enormi e non devono avere per forza una memoria enorme. Oggi, invece, con le opportunità della Rete, si può operare in condivisione remota di risorse: io imprenditore ho un pezzo, un socio un altro pezzo. Io ho un software, il socio ne ha un altro, e insieme collaboriamo alla risoluzione dei problemi. Questo apre alle aziende grandi possibilità di risparmio, di soldi, di tempo e di energie: computer sempre più piccoli e snelli, contemporaneamente sempre più potenti e con la logica di essere collegati in rete». (…)

Postato da: Danielito79 a 10:45 | link | commenti |


EDWARD DE BONO, l’inventore del pensiero laterale, bacchetta l’economia italiana. Articolo pubblicato su ABC del 27 aprile 2004

«Se hai un obiettivo e non riesci a raggiungerlo direttamente, guardati pure intorno e cerca una scorciatoia: una soluzione è sempre possibile». L’invenzione del ‘pensiero laterale’ ha reso famoso – e milionario – il maltese Edward De Bono, medico e psicologo, fondatore e direttore dell’International Creative Forum – sostenuto da multinazionali come IBM e Nestlé e da istituzioni come le Nazioni Unite – e oggi anche proprietario dell’isola di Tessèra nella laguna di Venezia, dove ha un suo centro di formazione dirigenziale. Con le sue tecniche di pensiero creativo insegna dal 1969 a liberare la mente da tutte quelle costrizioni che ne limitano le potenzialità: noi, tutti Dottor Watson, cristallizzati insieme ai nostri preconcetti e amanti a dismisura del sistema ipotesi-ricerca-prove-conclusioni, dovremmo invece iniziare a ragionare in modo associativo e deduttivo, come Sherlock Holmes, Anche per mandare avanti un’azienda. (…)

Creatività: in Italia i detrattori delle politiche del governo Berlusconi criticano la cosiddetta “finanza creativa”, che di sotterfugi e scappatoie ne avrebbe più che a sufficienza. Che cosa ne pensa? In economia qual è il confine fra inventiva  e truffa?

«Tralasciando i problemi italiani di politica economica, io allargherei la prospettiva: il vostro non è solo un problema di classe dirigente, ma in generale, mi si permetta la stoccata, di mentalità. In Italia ci sono due difficoltà principali: una è legata allo stile, che spesso viene scambiato per creatività. Ci si vanta così di fare le cose ‘con stile’, da una scarpa a un abito a un accordo finanziario, ma non si capisce che, pur essendo un valore molto importante, non coincide pienamente con la creatività. Il secondo problema è che in Italia le persone sono molto socievoli, forse anche troppo, parlano di tutto e sentono sempre il bisogno di avere l’approvazione del prossimo: ma questo non sempre costituisce un vantaggio. Mi piace sempre fare un esempio: Marconi, se fosse rimasto in Italia, non avrebbe mai inviato i segnali radio. I suoi amici, infatti, avrebbero considerato le sue idee una pazzia e Marconi non le avrebbe messe in pratica, con grave perdita per tutta l’umanità. A volte, allora, bisogna imparare a tenersi le proprie intuizioni in testa e al lavorarci sopra un po’ di più. Invece che vantarsene a destra e a sinistra e chiedere l’imprimatur dal prossimo».

Ma da noi non manca chi ha fatto tutto da solo e in gran segreto. I nostri imprenditori che hanno innovato con creatività hanno aperto conti alle Cayman e creato decine di società false per nascondere i debiti. Non pensa che i dirigenti d’azienda italiani, da questo punto di vista, siano anche troppo creativi?

«L’illegalità è sempre un rischio per chi vuole inventare qualcosa di nuovo. Ci possono essere due tipi di risposte: la prima, drastica e non per forza sempre producente, è che l’illegalità è negativa e che questa vada assolutamente evitata. La seconda, invece, è che, forse, solo le leggi stesse a dover cambiare, in modo che gli imprenditori non siano più costretti ad aprire conti all’estero. Occorrono nuove strutture fiscali e legali, perché l’imprenditore corre molti più rischi rispetto ad altre figure professionali. Io, che cerco da anni una cultura della sfida e dell’innovazione, lo so benissimo: i lacci sono troppi (…)».

(…) Può regalarci uno slogan per andare avanti in questi momenti di crisi?

«Tutto è possibile se prima lo si immagina in ogni suo aspetto e poi si lavora duramente per metterlo in pratica».

 

 

 

Postato da: Danielito79 a 10:47 | link | commenti |


Parla TIZIANO TREU, docente alla Cattolica di Milano ed ex ministro del governo D’Alema. Articolo pubblicato su ABC del 9 marzo 2004

«Ricerca e innovazione devono venire non solo dal pubblico: anche le imprese, che finora hanno fatto veramente poco, dovranno investirvi sempre più risorse». (…) Tiziano Treu, ministro per il governo D’Alema e protagonista delle prime riforme del lavoro in tema di flessibilità a metà degli anni Novanta, tira le orecchie al settore privato.

Che cosa serve oggi all’economia italiana? Qual è la strategia per il rilancio?

«È un problema molto serio, che le aziende devono finalmente affrontare con forza e serietà. La ricetta è quella che viene dalla Comunità Europea e che è sulla bocca di tutti: più sviluppo e più formazione».

(…) In tempi di personalità sempre più forti e di accentramento continuo dei poteri, hanno ancora un senso le associazioni dei lavoratori e degli imprenditori?

«Questa tendenza è rischiosa, e in molti sembrano non essersene accorti. Proprio per questo, un forte tessuto associativo è più che mai importante per rilanciare i valori comuni e per contrastare le tendenze individualistiche, in tutti i campi».

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Un missionario in braghe corte: DON CARLETTO arriva in B e sogna Gigi Riva. Articolo pubblicato su unionesarda.it del 9 agosto 2001

Il sogno di Don Carlo? Giocare a pallone in Kenia sulle orme di Gigi Riva, aiutare un pezzo d’Africa e pregare tra un allenamento e un altro. Da San Basilio nel Gerrei a Nanyuki,on Bibbia, fischietto e 4-4-2: la missione di questo sardo che ormai parla in Kiswahili è veramente originale. La squadra nel Nanyuki si allena a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia, ma i ragazzi si Don Carlo Rotondo sono ancora più lontani dal rutilante mondo del calcio nostrano. O passaporti falsi, gli striscioni razzisti, le botte sugli spalti, gli scandali, tutto questo non fa parte dei giocatori e dei tifosi della Top Life Nanyuki, che il sacerdote cagliaritano allena dal 1994, riuscendo a conciliare la missione religiosa con l’impegno calcistico, la fede cattolica con quella protestante o musulmana dei suoi calciatori, il calore della Sardegna con quello di una cittadina spaccata in due dall’Equatore, tra la savana e il Monte Kenya, a 1800 metri di altitudine e a 800 chilometri dal mare.

«Uso la mia passione per dialogare con i giovani», racconta: «La diocesi di Cagliari è gemellata con quella di Nanyuki. Fu il vescovo a chiedermi la disponibilità di portare il mio contributo a questo fazzoletto d’Africa. E ne fui subito entusiasta. Iniziai a insegnare nella scuola della missione, ma vedevo che i ragazzi, una volta finiti gli studi, non avevano futuro. E così fondai la squadra, che partì dalla terza categoria e ora è arrivata a quella che corrisponde la serie B del campionato locale».

A Don Carlo manca il mare: «Mi piace l’abbronzatura, e adoro la pesca subacquea. Sono molto nostalgico, come tutti gli emigrati. Nel mio piccolo cerco di ricreare l’atmosfera dell’Isola anche in questo angolo sperduto. Come? Con lo spirito d’accoglienza tipico di noi sardi, ogni incontro nella missione è una festa, con tutti gli ospiti di passaggio cerco di condividere la mia voglia di fare gruppo: non c’è il salame, non c’è il pecorino, non c’è il vino, ma ci arrangiamo lo stesso».

I ragazzi della Top Life sono un bell’esempio di convivenza tra religioni ed etnie diverse. Trentacinque villaggi e altrettante tribù, 120mila persone in un territorio grande quanto la metà della provincia di Cagliari e con al centro una cittadina di 60mila abitanti, di cui 50mila nelle baraccopoli. Tante etnie, tanti credo e tanti problemi, ma quando si tratta di giocare le differenze vengono messe da parte. «Ognuno è libero di pregare chi o cosa vuole. Il venerdì non giochiamo, così i musulmani possono riposarsi e prima di ogni partita ci riposiamo per un momento di riflessione. La convivenza è una delle nostre grandi vittorie». (…)

Don Rotondo ama i suoi giovani. La carica del parroco che sproloquia di tattiche e che insegna il fuorigioco insieme al Vangelo schizza fuori dalla cornetta telefonica e travolge tutto e tutti. «Qualche settimana fa abbiamo giocato contro la squadra di una cittadina posta sulle sponde di un enorme lago. Abbiamo perso sei a zero, ma non ci ha turbato più di tanto. Dopo la partita ho affittato una barca e ci siamo fatti un giro per il lago: molti miei ragazzi non avevano mai visto un lago. È stato meraviglioso, avevano le lacrime agli occhi. Ho preferito questo alla vittoria, che, comunque, ci sarebbe tornata molto utile».



Chi vuole saperne di più o vuole mandare un aiuto può scrivere a: Don Carlo Rotondo, P.O. Box 86, Nanyuki, Kenia. O mandare un fax allo 00254-0176-32897 

 

Postato da: Danielito79 a 10:50 | link | commenti |


L'USO DEI BLOG NELLE ULTIME CAMPAGNE ELETTORALI. IL CASO BASSOLINO


(ASCA) - Roma, 11 feb - Antonio Bassolino, governatore uscente della Campania e ricandidato alla guida della regione per il centrosinistra, ha lanciato in Rete il proprio blog personale, all'indirizzo www.conbassolino.it.

In due mesi di campagna, oltre un milione di utenti unici. E praticamente tutti i giornali italiani lo hanno lodato. Tant’è che anche Italo Bocchino, lo sfidante, si è subito fatto un blog pure lui. 
Allora, è vero oppure no che i giornalisti italiani - come qualcuno ha scritto e va sostenendo - odiano i blog? Proprio il caso del diario personale di Antonio Bassolino sembra sfatare questa diceria. Segno, forse, del fatto che anche i giornalisti nostrani, finalmente, stanno iniziando ad apprezzare la voce dei blogger? Voce che negli Stati Uniti d’America ha ormai raggiunto la stessa potenza e la stessa efficacia, in senso comunicativo, dei mass media tradizionali. La blogosfera, quindi, come un nuovo medium di diffusione delle idee politiche, mezzo che anche in Italia si sta facendo spazio fra una televisione imperante, una radio in crescita e un mercato della carta stampata gracile – basti osservare gli ultimi tristi dati sulla tiratura e sulle vendite, con quotidiani che registrano un meno otto o meno sette per cento -  e fragile, fragilissimo.  

 

 

 

La scelta di Bassolino di mettersi in gioco con un blog è stata quindi come un sassolino lanciato in una palude piatta e limacciosa. Una piccola perturbazione che, molto probabilmente, nel suo piccolo, ha anche contribuito alla vittoria dell’ex sindaco di Napoli alle ultime regionali. Perturbazione che è stata subito notata dai quotidiani italiani e, cosa ancor più stupefacente, magnificata.

Sul Corriere della Sera dello scorso 26 marzo, un articolo firmato da Alessandro Trocino e dal titolo Dalla Rete solo ironie, Prodi chiude il blog dopo un mese riassumeva la vicenda: “Il migliore rimane, a giudizio di quella nebulosa che è la blogosfera, il blog di Bassolino: aggiornato ogni giorno, essenziale, scritto non in politichese e con commenti non moderati (cioè non censurati). Il governatore trova il tempo di “abbracciare” Mario Merola, di fare gli auguri a Pino Daniele, di parlare del suo film preferito Oltre il giardino, e di raccontare una sua visita al mercato. I commentatori sono in genere simpatizzanti, ma nel blog l’agguato è dietro l’angolo. E allora trovi le filippiche di Armando (che qualcuno sospetta essere lo sfidante Bocchino) e le stilettate di Gilda, che nel post di autocelebrazione dei 58 anni bassoliniani, dopo una sfilza di augurissimi, interviene così: «Mo che hai mangiato e bevuto, ce lo fai sapere come usciamo dal cesso di città e di regione in cui viviamo»”.

Niente a che vedere, dunque, con quel “gioco al massacro che la stampa italiana ha intrapreso nei confronti della editoria personale in rete”, che Massimo Mantellini spiega dalle pagine del suo Manteblog: “Perché i giornalisti odiano i blog? Per una ragione competitiva – spiega Mantellini - i blog sono liberi, velocissimi, ascoltati. Il sogno infranto di gran parte dei professionisti dell’informazione del Belpaese. Per questo i media tradizionali li denigrano. (…) Altre ragioni. I blog sono diventati in tutto il mondo il filtro del lavoro giornalistico. È una forma di giudizio popolare al quale la stampa non è abituata. (…) I blogger sono diventati i cani da guardia dell’informazione. Si sono liberati dal giogo di mendicare una collaborazione saltuaria che non arriverà, un editore che il tuo libro non distribuirà a dovere, uno spazio minimo e malpagato. Un castello di piccoli e grandi privilegi che inizia a crollare perché nasce una alternativa certamente non economicamente significativa, ma almeno soddisfacente dal punto di vista personale”. E Mantellini pensa bene di mettere anche una ciliegina sulla torta, citando le opinioni in materia di alcuni noti giornalisti italiani. Riccardo Staglianò: “una valanga di pensierini narcisisti, infiniti sbrodolamenti sulle materie più microscopiche e tanta roba di cui a nessuno – eccezion fatta, forse, per amici intimi e familiari – fregherà un bel niente”. Anna Masera de La Stampa : “proliferano i diari on line, sono diventati uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”.  

 


Lo sfidante segato: ITALO BOCCHINO

 

Ma quali sono stati i motivi del successo del blog di Antonio Bassolino? «Innanzitutto, una novità», spiega Stefano Porro, capo ufficio stampa del rieletto governatore della Campania e giornalista de l’Unità, direttore del dorso campano del quotidiano di sinistra: «è stato il primo blog di un politico aggiornato quotidianamente e con una comunicazione pressoché paritaria. La filosofia, da subito, è stata quella di una voce in mezzo a tante altre. Assai significativo il fatto che il titolo del primo post sia stato “un blog per ascoltare”. Il blog, infatti, è servito proprio a discutere il programma: abbiamo girato per tutta la regione con una serie di incontri d’ascolto, e il risultato di questi incontri veniva subito aggiornato sul sito».  

Ma l’autore dei post era ed è veramente Bassolino? «Il blog l’ho costruito io – aggiunge Porro – e devo dire che gli è subito piaciuto. I post o li scriveva lui oppure me li dettava al telefono, oppure, ancora, li scriveva su dei fogliettini che mi girava al volo. Possiamo definirla una strategia ‘avanpop’: abbiamo ‘shiftato’ il linguaggio, abbiamo parlato di politica usando il linguaggio semplice della Rete. Bassolino si è giocato personalmente, parlando per esempio del rapporto con suo padre, per questo è piaciuto alla gente». Piaciuto, ma non a tutti, considerando Armando. Ma chi è, veramente, il fustigatore virtuale? «Armando non si sa chi sia – prosegue il capo ufficio stampa di Bassolino – ma è naturale, quasi fisiologico, che in un blog ci sia una voce critica. Se non ci fosse stata ci saremmo annoiati».  

 

Rimane, tuttavia, un dubbio: il blog è uno strumento legato alla sola contingenza elettorale? «Assolutamente no», rassicura Porro, «il presidente ha capito che è uno strumento molto importante. Presto verrà spostato all’interno del sito della Regione e verrà aggiornato a cadenza settimanale». 

Antonio Bassolino incassa critiche e lodi e, quasi istantaneamente, dice ai suoi (e)lettori che cosa ne pensa. In un post del 26 marzo, spiega: «Sul Corriere della Sera di oggi questo blog viene definito come “il migliore” tra quelli dei politici, perlomeno secondo il giudizio della blogosfera italiana. Devo confessare che la notizia mi imbarazza un po’, e allo stesso tempo mi fa molto piacere». 

Ma il governatore campano non è stato il primo politico italiano a servirsi dello strumento del diario on line. Francesco Mollo ha ricostruito la storia in un intervento apparso su Quinto Stato: “…anche in Italia, dove il fenomeno blog ha poco più di due anni, è partita l’occupazione del web incolto da parte dei politici nostrani. Il primo blog di un politico italiano in ordine di tempo è quello del 40enne deputato diessino Piero Ruzzante, che ha aperto il suo diario nel gennaio 2003 (pieroruzzante.splinder.com, fermo a martedì 16 novembre 2004) ma che ha poi concentrato la sua attenzione su un meno faticoso sito tradizionale. Altri blogger delle prime ore sono stati Renato Soru, che ha lanciato il suo Progetto Sardegna (http://blog.progettosardegna.it, novembre 2003) alla vigilia delle regionali del 2004, e Sergio Cofferati (http://www.sergiocofferati.it, febbraio 2004), che ha aperto il blog in occasione della sua candidatura a sindaco di Bologna. Due esempi fortunati, non c’è che dire. E due canali che, in un modo o in un altro, rimangono oggi a disposizione dei cittadini per dialogare, almeno teoricamente, con i due amministratori di centrosinistra. (…) Con le elezioni regionali alle porte in molti si sono lanciati ad aprire una vetrina nella Rete: Tutti i candidati alla presidenza delle Regioni hanno il proprio sito internet; si tratta comunque di spazi web tradizionali, non di veri e blog. Fa eccezione solo l’ex sindaco di Napoli e candidato alla presidenza della Campania Antonio Bassolino (www.conbassolino.it/blog, da febbario 2005), che al sito tradizionale ha affiancato un diario in rete in cui ha promesso di raccontare il suo “viaggio nella regione”.  

«Eppure - spiega Mattia Miani, studioso dei nuovi media e autore de La comunicazione politica in Internet – la situazione non è rosea. Tutte le campagne italiane, ormai, fanno uso anche dei siti. Ma, nella maggior parte dei casi, i siti web hanno solo una funzione di appendice. Non rivestono un ruolo strategico, anche perché alla base non c’è stata una riflessione approfondita.  Vi è – prosegue Miani - anche una ragione strutturale. Al di là dei candidati ai governi regionali, la maggior parte dei candidati vengono scelti e presentati al pubblico all’ultimo momento. E in trenta giorni è veramente difficile costruire un dialogo, una presenza. Basti considerare che negli Stati Uniti Howard Dean, per fare un esempio, ha avuto un anno e mezzo». La comunicazione on line, quindi, sembra essere ancora al suo stato primordiale. E per quanto riguarda i blog? «Oggi in Italia – riprende Miani, fra le altre cose anche addetto stampa della Lega delle Cooperative - vengono spacciati per blog siti che in realtà non lo sono proprio. Un vero blog deve rispondere ad almeno tre condizioni. Innanzitutto, una condizione formale: il blog è un diario con regolarità cronologica. Poi, ci devono essere dei meccanismi dialogici di ‘botta e risposta’. Infine, l’ipertestualità: i blog dispiegano il loro potenziale quando producono una rete di collegamenti. E i blog in politica non vengono usati sempre in questo modo. Bisogna poi distinguere i blog dei politici dai blog sui politici. Anche in Italia, finalmente, stanno nascendo nuovi spazi di comunicazione che hanno una diretta influenza sulla politica. Nelle elezioni americane, i blog interferiscono già da tempo. Anche in Italia sta accadendo, ma per ora solo su scala limitata». 

 Il libro di Mattia Miani
 

Ma quali sono, in definitiva, i vantaggi di una campagna elettorale portata avanti tramite blog e siti classici rispetto a una campagna tradizionale? «In Italia la comunicazione politica tradizionale sbatte il mostro in prima pagina», spiega Rolando Dotti, noto pubblicitario bolognese. «Per mostro intendo il faccione dell’uomo politico, del candidato, che viene ‘offerto’ al pubblico come se fosse un alimento. La faccia sta al politico come l’immagine del cibo sta all’alimento che la pubblicità intende condurci ad acquistare. Ecco, allora, che la comunicazione politica via Internet può creare un rapporto più diretto, anche se solo per un determinato target. Target che, tuttavia, non è solo quello del maschio medio, acculturato e benestante. Davanti agli schermi dei pc ci sono molti più anziani di quanto si possa immaginare». 
Ma cosa c’entra, allora, la faccia? «Oggi, per fare una comunicazione politica nuova – prosegue Dotti – bisognerebbe imparare a rinunciare al proprio volto. Ecco, quindi, che tenere un blog può essere una mossa azzeccata: redigere un diario on line e prendersene cura equivale a mostrare al proprio elettorato cosa c’è dietro il faccione del manifesto».

L’intimità, in definitiva, è la chiave di tutto. La capacità di instaurare un canale di comunicazione privilegiato e più ‘vero’ – o, almeno, con una parvenza di ‘verità’ – è praticamente necessaria alla riuscita della campagna elettorale via blog. Un ‘coming out’ quotidiano che ha portato Bassolino a parlare – meglio, a scrivere – della sua balbuzie e della sua sordità, del suo matrimonio e del suo amore viscerale per la musica napoletana. Un mettersi a nudo che forse ha contribuito a quel 61,6 per cento di voti che gli ha permesso di rimanere in carica. «Se ne è andato Gegè Di Giacomo – il post è del 2 aprile - un altro grande protagonista della canzone napoletana. Stamattina sono andato a salutarlo, a dargli il mio ultimo bacio… Gegè, mi mancherai». E, lo stesso giorno, un commosso saluto anche al Papa: «Giovanni Paolo II resterà per tutti noi indimenticabile. Le immagini delle sue visite in Campania sono nei nostri cuori e nella nostra mente. Grazie, Santo Padre, per come hai saputo starci vicino e per come hai saputo far camminare in tutto il mondo i valori della pace e della solidarietà». 
Intimità ripagata dall’affetto dei frequentatori del blog, come dimostra il commento di Luigi, datato 29 marzo: «Presidente, è davvero ammirevole che Lei trovi il tempo di tenere un blog. Diciamo pure che ha quasi dell’incredibile…». O quello, ancora, di Antonino, del 28 marzo: «Salve Presidente, sono uno di quel gruppo di giovani a cui ha stretto la mano, a Capri, ieri sera prima dell’incontro che ha tenuto all’Hotel La Palma. È stato un onore ricevere un uomo come lei nella nostra isola… In bocca al lupo». Certo, non mancano le bacchettate. Oltre all’Armando fustigatore, c’è chi sostiene di aver perso la bussola: «Ho sempre votato a sinistra . scrive Rossella, il 29 marzo - ma ora non so sinceramente quali sono i veri valori della sinistra. MI POTRA’ MAI RISPONDERE ? Mi auguro di sì. GRAZIE».

 L'intimità è stata la chiave del successo

In conclusione, un blog nato per instaurare un filo diretto con gli elettori e per discutere dei punti programmatici, è diventato, come scrive lo stesso Bassolino in un post, “un osservatorio privilegiato e uno strumento di relazione molto importante”. 

 

 

 

 

Postato da: Danielito79 a 11:03 | link | commenti (1) |

 


AUTORE Maria Pia Pozzato

TITOLO L’Allievo
EDITORE Bompiani
PAGINE 170
PREZZO 6,80 euro

"Non le sembra più interessante, meno banale, intendo, questa definizione della passione come qualcosa che fa agire, questo trascinamento nella passione, che avviene però sotto l’occhio vigile, spietato quasi, dell’intelligenza? Pensiero, attenzione, sforzo verso la comprensione e l’espressione. La passione può essere anche questo".

L’amore spesso arriva come una folata improvvisa di maestrale, accompagnata da una musica irregolare ma trascinante. Trasportandoci verso terre dove mai avremmo creduto di approdare e verso esperienze che, come tutte quelle che nascono e muoiono in suoli sconosciuti, hanno sempre il sapore, anche nel ricordo, dell’esotico e del proibito.
Sulla città soffia un vento gelido dal Nord e le giornate diventano improvvisamente invernali. Eppure lo spirito di Adele, per lei -già innamorata e sazia di quello che ha- inspiegabilmente, si scalda di giorno in giorno grazie ad Eugenio, obbligandola, quasi con violenza, alla riscoperta di sensazioni che credeva legate solo alla prima stagione della sua vita. Costretta ai suoi tailleur d’ordinanza, spaventata dal verdetto inappellabile del tempo, che, ogni tanto, quando Adele si guarda allo specchio, reclama la sua invincibilità, dopo uno strano sogno si ritrova improvvisamente catapultata in un mondo percepibile solo tramite i solchi che le passioni incidono nel vinile del corpo. La musica, di nuovo, con i suoi spartiti da seguire, come unica metafora capace di rendere a pieno il legame che lega mente e corpo, la nostra memoria, che classifica e ordina, al mondo fisico, caotico, che ci circonda e che è in noi. La sinfonia, apparentemente confusa ad un primo ascolto, che rivela, invece, con l’esercizio, una logica onnipotente, universale, circolare. Quella dell’amore, troppo spesso associato, ingiustamente, all’irrazionale.
Una donna e un uomo. Ordinaria quotidianità, niente di strano, si potrebbe replicare, se non fosse che Eugenio ha la metà degli anni e studia all’Università, mentre Adele è una sua insegnante. Il suo corpo, pur florido, ha iniziato ad imboccare il sentiero della vecchiaia, percorrendo un cammino autonomo che lei si rifiuta di condividere, mentre Eugenio, certo, non appariscente, ma magnetico e carnale, è spudoratamente appassionante. E, proprio seguendo il filo delle passioni, i due protagonisti porteranno avanti il loro amore non convenzionale, contro la morale, contro la gente che parla, contro il destino che cerca di allontanarli. Anche perché, come insegna chi ha imparato a meditare, “non bisogna considerare il tempo come qualcosa che fugge via”. Un motivo in più per viverlo fino in fondo e per non lasciarsi sfuggire nessuna occasione.

Maria Pia Pozzato vive a Bologna, dove insegna al corso di laurea in Scienze della Comunicazione e al Master in giornalismo dell’ateneo emiliano. Ha lavorato per la Rai e si è sempre occupata di analisi semiotica dell’informazione stampata e televisiva, della letteratura e della moda. Si cimenta per la prima volta nella narrativa, ma ha già alle spalle una bibliografia di tutto rispetto. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo:
-1982 Il romanzo rosa, Milano, Espresso Strumenti
-1992 Dal "gentile pubblico" all'Auditel. Quarant'anni di rappresentazione televisiva dello spettatore, Torino, Nuova ERI
-1995 Lo spettatore senza qualità. Competenze e modelli di pubblico rappresentati in Tv, Torino, Nuova Eri
-1999 Scrivilo ancora, Sam. 150 modi di raccontare la scena di un film, Roma, Meltemi
-2000 Linea a Belgrado. La comunicazione giornalistica televisiva in Italia durante la guerra per il Kosovo
-2001 Semiotica del testo. Metodi, autori, esempi, Roma, Carocci
-2004 Leader, oracoli, assassini. Analisi semiotica dell'informazione, Roma, Carocci

 

 

 

 

Postato da: Danielito79 a 13:31 | link | commenti |

mercoledì, 27 aprile 2005

Una laurea in lingua cinese? Spesso porta lontano, molto lontano. Articolo pubblicato sul Sole24Ore del 25 febbraio 2005

Lasciano tutto per andare a lavorare a migliaia di chilometri di distanza. Sono i laureati in lingue orientali a Ca' Foscari. Veneti in giro per il mondo con in tasca un titolo di studio che, a volte, può portare veramente lontano. Come Davide Cucino, da Vicenza a Pechino per la piemontese Fata, oggi anche presidente della Camera di Commercio italiana in Cina. "La lingua non basta, servono competenze economiche. Io stess - dice Cucino - non metterei mai in un posto di responsabilità un semplice orientalista". Il passato e il presente: "Sono qui dal 1990, prima di terminare gli studi ho iniziato lavorando come interprete. Oggi amo questo paese, uno dei pochi posti al mondo dove il lavoro è veramente sacro. E dove l'economia muta velocemente: prima le trattative coi cinese erano molto lunghe. Ora sono gli italiani i più titubanti. Per questo hanno bisogno di bravi mediatori culturali".

Per un'azienda piemontese, la Loro Piana, lavora anche Cristina Zanni, di Chioggia, tesi sulla poesia cinese nel 1992. "Sono partita per Hong Kong senza alcun contatto. Oggi dirigo un ufficio che opera come buyer. Per capire le controparti la conoscenza della lingua è fondamentale: poi, è chiaro, devo aggiornarmi sui prodotti. Gran parte del lavoro consiste però nel mantenere rapporti coi locali e nel sapersi muovere senza indugi. Ma conosco italiani che si vantano di non aver mai preso un taxi e di vivere nel loro ghetto di cristallo per espatriati. Sono, in genere, persone che vengono mandate dalle aziende, anche venete, non perché abbiano determinate conoscenze, ma solo perché ricoprono una certa carica".

Basta, quindi, la sola laurea in lingue? "Assolutamente no - dice Gabriele Scapin, nello Shandong per la Sella & Mosca Winery - ricevo numerosi curriculum di neolaureati, che erroneamente pensano che sia un elemento sufficiente. Il mio consiglio, invece, è di fare sempre uno stage in un'azienda in Cina una volta terminati gli studi".

Lavorerà invece in Italia Maria Teresa Abiti, di Spinea, pronta a partire per la Lombardia: "Sono stata assunta da un'azienda milanese di pellame che commercia con l'Oriente. E sono stata costretta ad andare via dal Veneto dove, ho l'impressione, gli sbocchi non sono tanti e dove le aziende preferiscono assumere uomini".

Eppure anche un uomo, il padovano Carlo Zambotti, ha dovuto cambiare regione. "Oggi sono l'addetto all'import della Gipsy, un ricamificio di Carpi. Sono entrato in azienda dopo un corso di project management organizzato dal Fòrema. In Cina? Vado tre o quattro volte l'anno".

Nell'import lavora anche Paolo Sesso, responsabile commerciale della Simasv di Thiene, azienda che produce utensili per la lavorazione della lamiera: "Ho studiato due anni in Cinam sentivo che l'università non mi sarebbe bastata. E in effetto, se guardo alla carriera che hanno fatto i miei amici di un tempo, mi accorgo che l'occupazione dei laureati in lingue orientali è la più svariata. Io mi ritengo fortunato".

Ed è proprio per fare un po' d'ordine che un altro padovano, Matteo Damiani, ha fondato e gestisce con alcuni amici Cinaoggi.it, sito attivo dal 2002. "Abbiamo messo in piedi una bacheca virtuale con offerte e proposte di lavoro molto mirate. Ogni giorno circa mille contatti, dei quali 800 singoli. Un successo che forse ci porterà al grande passo: stiamo già pensando di trasferirci in Cina, per continuare da là il nostro lavoro".

Postato da: Danielito79 a 13:47 | link | commenti |

 

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Utente: Danielito79
Nome: Daniele Guido Gessa
Giornalista praticante, iscritto al master in giornalismo dell'Università di Padova.

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